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Promuovi il tuo e-book: 4 consigli

Il Blog degli scrittori - Promuovi il tuo e-book: 4 consigli

 

 

La parte più bella è conclusa. L’hai scritto, l’hai revisionato tante e tante volte (vero?) e hai già nostalgia di quando hai iniziato.

Di quando scrivevi fino a tarda notte, mentre la tua dolce metà era già a letto e morivi di invidia perché volevi esserci anche tu in quel caldo e accogliente letto.
Ah no scusa! Questa sono io, in questo momento!
Bene. Dicevamo?

Giusto, il tuo e-book è pronto. Ma qualcuno dovrà sapere che l’hai scritto, no? Se no, perché l’hai fatto?

Si va bene: “si scrive anche per se stessi” ma a parte il narcisismo galoppante – sempre il mio, non ti preoccupare 🙂 – forse ti renderebbe felice sapere che le persone apprezzano la tua opera, che le ha portate a riflettere su un certo argomento, che di conseguenza hanno cambiato qualcosa della loro vita o agito, con azioni grandi o piccole, nella vita di altre persone dando luogo ad una serie di circostanze di piccola, media o grande importanza. Insomma, un vero delirio!

E vorresti rinunciare al delirio di azioni-pensieri-emozioni-cambiamenti-e altre millemilacosecheoranonmivengonoinmente a cui il tuo e-book potrebbe dare inizio?

Maddai.

Quindi, stringendo. Questo e-book s’ha da promuovere. E se l’idea non ti piace, lo capisco. Ma ho una domanda da farti. Hai mai provato a farlo? Non puoi saperlo se non provi, giusto? Se, invece, già lo stai facendo e ti gratifica, sei sulla buona strada.

In ogni caso, 4 suggerimenti per promuovere il tuo e-book te li do volentieri, poi fai tu. Ma non voglio farmi dire che sono pesante iniziando a sottolineare un fatto:

se non agirai in nessun modo, per far conoscere il tuo e-book, perderai l’occasione di farlo apprezzare buttando nel water tutto il lavoro che hai portato avanti con tanto impegno e sacrifici.

Cavolo, sono stata super-pesante. Oramai è scritto, indietro non si torna.

Bene.

Piacere, sono l’e-book di…

 

Ecco i 4 consigli di cui ti parlavo:

Cita le frasi del tuo e-book

Seleziona brevissime parti della tua opera e pubblicale sui social network e sul tuo blog (perché ce l’hai un blog, vero?) ma varia il contenuto in relazione alla piattaforma: in particolare, ogni social network ha una sua specifica identità e funzione comunicativa.

Pubblica stralci di dialogo

Se ci sono dialoghi nel tuo e-book, pubblicane le parti che ti sembrano più significative, più divertenti o emozionanti. Fai tu, nessuno meglio di te ne conosce i contenuti.

Ricrea l’atmosfera del tuo e-book con le immagini

Realizza immagini e video, per ricreare l’atmosfera del tuo e-book (ad esempio, in un romanzo intimista o in un e-book di poesie si respira un’aria diversa da una vicenda di tipo storico-politico) e il contesto in cui si snoda: offrirai al lettore il modo per addentrarsi nell’opera.

Approfondisci

Scrivi, nel tuo blog – perché ce l’hai, vero? mi sa che te l’avevo già chiesto – e sui social network, gli approfondimenti intorno al tema principale affrontato nell’e-book.

Il consiglio più importante

Lascia stare quanto letto fino ad ora, se vuoi, e muoviti come meglio credi. L’importante è che dedichi parte del tuo tempo a far sapere al mondo esterno che il tuo e-book esiste. Non importa, almeno nella fase iniziale, se sia poco, tanto, dilazionato, in pillole o come ti pare, l’importante è iniziare.

Mentre leggi il post, senti sorgere in te il sacro fuoco della promozione? Se è così condividilo!

 

E buona promozione 🙂

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Self publishing: il successo arriva con i fan?

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Non ci sono formule per il successo nel Self publishing ma ci sono dei tratti che accomunano casi di successo in rete, dall’ebook al cinema: il primo è un grande seguito di fan.

 

La formula del successo nel Self publishing non esiste. Ma esistono delle caratteristiche che agevolano il successo di un ebook autopubblicato.

La più importante è questa:

l’intensità della relazione tra autore indipendente e lettori.

Non voglio sbilanciarmi troppo e dire che “pochi ma buoni” contano più del numero. Ma il consolidarsi di un rapporto di qualità con i lettori, permette di mantenere nel tempo una relazione duratura aumentando le possibilità di rendere visibile l’ebook autopubblicato.

L’esistenza di un legame forte con gli utenti può essere determinante, in termini di vendite, non solo dopo la pubblicazione dell’e-book ma anche prima della sua nascita ossia durante il processo di creazione: è qui che si possono rendere partecipi i lettori e ampliarne il coinvolgimento attraverso l’interazione.

La seconda caratteristica è il genere:

il fantasy, il paranormale e il mistero suscitano molto interesse, in una certa parte di lettori, al punto da amplificare la divulgazione dell’ebook autopubblicato.

 

I fan generano INdipendenza

L’esistenza di un rapporto forte con i fan permette, a chi si autopubblica, non solo di non ricorrere alla casa editrice ma di diventare, per questa, un riferimento avviando un processo opposto a quello esistente prima della nascita delle piattaforme di Self publishing.

Granieri in un noto articolo sul Self pubblishing, commenta questo scenario così:

“Gli editori, dal canto loro, osservano l’evidenza di un paradosso che diventerà sempre più lampante man mano che si consumerà la transizione al digitale e che le vendite di carta perderanno significato. Per vendere bene serve un buon libro, come accadeva spesso anche prima. Tuttavia, per far vendere il libro è necessario che i lettori lo conoscano, che esca dall’oscurità. E perché questo accada, si sta scoprendo giorno dopo giorno, è sempre più necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network.”

Non è un obbligo ovviamente ma una possibilità. Esporsi in prima persona e relazionarsi direttamente con i lettori, attraverso i social media come social network, blog, siti internet e forum è un’opportunità che richiede lavoro, costanza e attitudine. E non tutti gli scrittori indipendenti sentono di volersi esporre e, come scrivo qui, è comprensibile.

Volere o no, la realtà è che ci sono almeno 2 motivi per usare i social media nel Self publishing:

– per raggiungere i potenziali lettori e aumentare le vendite

– perché gli editori cercano scrittori con un ampio seguito di lettori

 

Il successo è nel genere?

I numeri sembrano dire di si.
Riguardo all’interesse dell’audience nei confronti di narrazioni con contenuti finzionali, si è discusso molto del caso riguardante la giovane scrittrice americana Amanda Hocking. Vicino al suo nome si associano dati come:

– 2010: anno in cui l’autrice autopubblicò, nel mese di Aprile, il suo primo libro sulle piattaforme di Self publishing Amazon e Smashwords.

– 9: il numero iniziale delle copie vendute, giornalmente, del romanzo My Blood Approves che narra storie di vampiri nella città di Minneapolis

– 264: numero delle copie vendute, nel mese di Maggio, relativo ad altri due romanzi autopubblicati, Fate e Flutter.

– Oltre 4mila: il numero di vendite raggiunto nel mese di Giugno.
– 6mila: i dollari guadagnati nel mese di Luglio, con l’autopubblicazione del romanzo Switched.

Ma il numero che colpisce di più riguarda l’anno successivo: nel 2011, l’autrice vende oltre 100mila libri al mese.

Un dato che prova il notevole interesse di molti lettori (probabilmente in buona parte adolescenti) verso i romanzi che narrano storie fantasy, vicine al genere del paranormale.

 

La rete aiuta le produzioni indipendenti

Ma il successo dell’incontro tra rete internet, produzioni indipendenti e narrazioni fantasy/paranormal risale a molto tempo fa.

Già con Guerre Stellari nel 1999 – siamo nel campo della fantascienza, non molto lontano dalla pseudorealtà – internet fu il principale mezzo di circolazione della storia tra quelle persone che sarebbero diventate i fan della saga di Lucas. E questo prima che il film venne girato. Non solo, anche il falso documentario horror The Blair Witch Project dello stesso anno, nato da una piccola produzione indipendente, ha fatto di internet il primo strumento con cui insediarsi nella mente degli spettatori.

Soprattutto in quest’ultimo caso, ci sono delle assonanze (se pur con delle differenze evidenti riguardo alla notorietà e alle vendite) con i romanzi autopubblicati da Amanda Hocking. Eccole:

– entrambi nascono lontano dalle produzioni mainstream

– entrambi emergono attraverso la risonanza data dalle persone in rete

– entrambi narrano di storie oltre il reale, con i generi paranormale e fantasy

L’interesse verso tali modalità narrative non è nuovo – sia tra i lettori del libro cartaceo che tra gli spettatori dello schermo cinematografico – e gli autori indipendenti, che trattano di questi generi, possono intercettare un ampio numero di utenti e soddisfarne le esigenze di narrazione, senza necessariamente ricorrere all’intermediazione di un attore sociale ed economico come una casa editrice.

Ci tengo a ribadirlo, a costo di diventare noiosa: come ho scritto qui, non credo assolutamente che le case editrici debbano sparire e perdersi per sempre in uno spazio temporale non identificabile.

 

Cosa conta di più?

Anche se i romanzi del genere fantasy e paranormale aiutano di molto il successo di un ebook,

il coinvolgimento, la relazione con i lettori e la loro partecipazione

sono, probabilmente, gli aspetti che più degli altri contribuiscono notevolmente al successo di un e-book nel Self publishing.

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Salone del Libro Torino: Self publishing, social network e le stelline di Amazon

Salone Libro Torino Il Blog degli scrittori

Il Blog degli scrittori al Salone del Libro Torino 2015

Sabato ho fatto un giro a Torino. Ho seguito l’evento di Amazon KDP sul Self publishing, al Salone Internazionale del Libro nell’area Book to the future. Così placidamente sono partita la mattina da Roma e tornata la sera. Ho viaggiato con Italo: bellissimo. Se poi ci metti che era gratis: fantastico!

Stai per digitare su Google “Italo biglietti gratis”? Lascia perde. Il mio è stato un caso fortunato. Te lo dico altrimenti potresti pensare che questo sia un post su Italo – e che mi retribuisce per fare tutto sto preambolo – e invece no. Questo è un post sul Self publishing e i social network.

Ma andiamo con ordine. Arrivo a Torino a l’ora di pranzo e riesco a seguire un evento quasi e mezzo (il mio treno ripartiva alle 16:30). Il primo è Scrittori e social network: parlare di libri nelle piazze digitali funziona?  di Gli Amanti dei libri.  Di questo vedo l’ultima parte.  Al secondo, quello che mi interessava di più, Avanti chi scrive, tu sarai il prossimo di Amazon, partecipo dall’inizio alla fine.

Prima di farti leggere, nel mio prossimo post, cosa ha detto Caio e come ha risposto Sempronio, voglio condividere con te alcune impressioni.

Meglio scrittori pre-social network o post-social network? Mha!

Il primo evento trattava dell’utilità dei social network per gli scrittori. Sono venute fuori un po’ di cosette interessanti  ma, come ti ho accennato, posso raccontarti solo una piccola parte della discussione. Te la stringo in breve:

gli scrittori del passato non usavano Facebook, Twitter e gli altri social. Come hanno raggiunto l’apprezzamento del pubblico? Uno degli ospiti dell’evento, lo scrittore Stefano Piedimonte, ha proposto una distinzione: scrittori del periodo pre-social network e scrittori post-social network. Mi sono chiesta: perché questa distinzione? I primi sono meglio degli altri? Non voglio sbilanciarmi su considerazioni errate ma ho avvertito, e forse mi sbaglio, una leggera critica nei confronti del rapporto tra social network e il mestiere dello scrittore.

Gli scrittori che li usano producono libri con un valore letterario diverso, rispetto agli scrittori del passato che hanno instaurato un legame con i lettori – Piedimonte ha citato l’esempio di Ken Follett – senza ricorrere ai social network?

Ribadisco: forse non ho colto correttamente il messaggio. Ma ho avvertito una sottile diffidenza nella relazione tra social network e scrittura. Come se uno strumento di comunicazione, fortemente immerso nella cultura digitale, fosse incompatibile con un’attività umanistica molto antica come scrivere per raccontare. Ma potrei sbagliarmi.

Oltre ai like c’è di più  

Mi ha colpito positivamente il pensiero di un’altra ospite, la giornalista Barbara Sgarzi. “Dobbiamo liberarci dalle metriche. Ottenere tanti like su Facebook non significa necessariamente aver scritto un buon libro. Anche perché li non c’è la possibilità di cliccare “non mi piace”.” I molti like su una pagina Facebook di un autore e del suo libro non ne decretano il successo soprattutto perché, come forse già sai, i “mi piace” non bastano a generare e a rafforzare la relazione con i lettori. Servono, oltre ad altre attività collaterali, commenti e condivisioni per aumentare l’interattività con le persone.

L’annosa questione della qualità

Forse, attraverso questo evento, si voleva salvaguardare la qualità dei contenuti dei libri e il diritto del lettore di fruirne. Un modo per dire: “Attenzione! Il successo sui social network non corrisponde necessariamente ad avere grandi capacità letterarie!”. Oppure ” Anche se scrivi un ottimo libro, non significa che riuscirai a farlo conoscere attraverso i social network!”.

D’accordo su tutto ma penso anche che i social siano un’opportunità.

E, soprattutto, credo che chi scrive un libro di qualità possa raggiungere i suoi lettori tramite – anche – la piattaforma di Zuckerberg e simili. Può incaricare qualcuno per farlo oppure può gestirsi da se.  E non è semplice. Perché, forse lo sai, siamo in uno stato di ”guerra dell’attenzione”:  far emergere la propria voce dal coro richiede un duro lavoro, protratto nel tempo.

Va bene sfatare i miti (ossia scrivo un libro, faccio un po’ di social media management e tiro su soldi a palate con le vendite). Ma ci sono casi diversi tra loro.

Mi viene in mente ancora la questione della qualità. Ne avevo già parlato qui: che valore hanno i libri autopubblicati? Lo stesso dei libri editi dalle case editrici?

Credo che possano coesistere scrittori di Self publishing e scrittori con case editrici alle spalle. È una scelta. Ci sono scrittori che non amano le piattaforme di autopubblicazione. Sono scelte. E ci sono scrittori che di case editrici non ne vogliono sentire parlare e puntano al Self publishing. Altre scelte. Ma non significa che una sia meglio dell’altra oppure che il libro scritto da chi usa i social per  dargli visibilità valga meno di chi, invece, utilizza i canali tradizionali come case editrici e giornali.

Le cose che contano sono 3:

  • i contenuti
  • i lettori
  • le stelline di Amazon

Punta alle stelline di Amazon: il resto è noia!

Salone del libro - Il Blog degli scrittori Book to the future

Sul perché delle stelline te lo spiego fra poco. Riguardo all’evento di Amazon KDP sul Self publishing, mi hanno colpito come gli argomenti fossero di natura opposta (quasi del tutto) rispetto all’evento precedente.

Ti anticipo che i 3 scrittori ospiti che hanno autopubblicato i loro libri – Giulia Beyman, Riccardo Bruni e Massimo Volta – hanno detto chiaramente che non c’è una chiave per il successo. Il responsabile di Amazon per la stampa dei libri (il servizio Createspace), Alessandro Giuffré, ha aggiunto:

“La chiave del successo sono i lettori.””

Quindi, più che i like di Facebook o i retweet di Twitter conta il numero delle stelline di Amazon, ad indicare se un libro è piaciuto oppure no.

Amazon tira l’acqua al suo mulino, ovvio. Ma quando Mia Ceran, la moderatrice dell’evento ha detto: “Giulia Beyman nel 2014 ha venduto più libri di Ken Follett“.

Bhè.

Non c’è bisogno di aggiungere altro, no?

Anzi, scusa, ti dico qualcosa in più. Si, cambio idea da un mezzo secondo all’altro e certi mal di testa potrei pure risparmiarmeli se trovassi pace. Ma così non è, perciò. Tu leggi qui sotto. Io prendo l’aspirina.

Libri autopubblicati di successo: cosa hanno in comune?  

Nella mia tesi di laurea magistrale, su Social network sites e Self publishing, ho cercato di comprendere cosa hanno in comune i libri autopubblicati di successo. Ma prima ho tentato di cogliere i motivi per cui certi prodotti culturali, nati e diffusi in internet, abbiano riscosso un notevole interesse tra il pubblico. Per farlo, ho confrontato le caratteristiche che accomunano il successo di The Blair Witch Project, il finto documentario uscito negli Stati Uniti nel 1999 – ancora tremo se ci penso – con quelle dei romanzi di Amanda Hocking, diventata famosa nel 2011 grazie al Self publishing.

Mi sono fatta un’idea:

“l’accostamento fantasy/paranormal e internet sembra funzionare molto bene tra il pubblico.”

Preparati perché pubblicherò un post su questo argomento.Tornata da Torino (abbastanza distrutta perché tutto in giornata e di fretta, però oh, un viaggio bellissimo), il giorno dopo mi vado a leggere la trama del libro di Giulia Beyman che ha venduto più copie di Ken Follett nel 2014. Te l’ho già detto, lo so. Ma “repetita iuvant”.

Scopro che la protagonista di Prima di dire addio (Nora Cooper Mysteries) è un agente immobiliare che investiga su un mistero attorno alla morte di suo marito, comunicando con lui nell’aldilà. Tra  l’altro, di libri la Beyman ne ha scritti 3 e tutti della stessa tipologia, cioè in serie. Questo, forse lo sai, ha molta presa sul pubblico. Cioè le storie in serie attraggono i lettori. Anche Amanda Hocking ha fatto la stessa cosa con i suoi romanzi fantasy/paranormal.

La stessa Beyman ha detto: “non c’è la chiave del successo ma cercate di essere presenti in modo fluido.” Non so cosa significhi ma un’idea ce l’ho: farsi trasportare dai cambiamenti. Allora, per quanto mi riguarda se mi dici: “scrivi un romanzo fantasy/paranormal in serie”  ti rispondo: “ma anche no.”

Così d’emblée non mi attira neanche un po’. Mi rendo conto che mi precludo una strada ma la mia idea di fondo è agire in base a ciò che sento (ecco perché, tra l’altro, cambio spesso idea) cercando di non tradire la mia natura. Poi, un giorno chissà. Tutto “poesse”.

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Social networks, perché li usiamo?

 

Blog degli scrittori social network perché li usiamo

 

Aumenta l’uso dei social networks e il numero degli iscritti. Solo in Italia, il 92% delle persone possiede un account. Facebook, nonostante sia diminuita la presenza dei più giovani, “disturbati” dalla presenza di troppi adulti – come quelli di 35 anni, tipo me ma il tempo passa per tutti…ne riparliamo tra qualche anno, ragazzi, eh? – rimane il social network più diffuso. Ma come mai dedichiamo parte del nostro tempo ai social networks?

Si vocifera che siano ore perse. Ma è davvero così? O ci sono dei motivi precisi che, in realtà, ci spingono a scorrere lo schermo, a volte freneticamente, per visualizzare i post degli altri? Sarebbero 4 i motivi per cui li usiamo. Il primo è la sicurezza.

Gli altri 3?E` tutto scritto qui sotto.

 

Qualche dato sui social networks non guasta

Usiamo i social networks ogni giorno. In Italia l’utilizzo medio è del 61%  e il 92% degli italiani è in possesso di un account. Facebook si conferma il più frequentato, in modo particolare dal 49% degli utenti, a fronte dell’83% che possiede un account. Riguardo a Google + la percentuale d’uso è del 16% mentre è il 53% ad aver aperto l’account, a seguire Twitter risulta con il 15%, poco meno utilizzato di Google + e con il 41% degli account registrati. Linkedin e Instagram sono usati dal 9% degli utenti e, rispettivamente, il 24% e il 17% ha generato un account. (Ho riportato i dati estrapolati da Francesco Russo dal report di We are social, del mese di Gennaio 2014).

Ma la vera domanda è:

 

Quali sono i bisogni che ci spingono ad usare i social networks nel nostro quotidiano?

 

 

Usiamo i social networks per 4 motivi

Per rispondere, sto consultando alcuni testi che mi saranno utili per scrivere la mia tesi di laurea specialistica su Self publishing e social networks. Tra i vari libri, ho trovato utile il volume di Giuseppe Riva, I social network (Il Mulino, Bologna, 2010), in particolare quando analizza i motivi che ci portano ad usare i social networks nel nostro quotidiano. Questi sarebbero:

 

Sicurezza

  • Induce a metterci in contatto con persone che, in un modo più o meno approfondito, già conosciamo nella nostra vita off line. Essere in contatto con loro, ha la funzione di aumentare il controllo sulla loro identità, su cosa scelgono di esprimere di se stessi e in quale modo. Forse non è fuori luogo ipotizzare che, in buona parte, il successo dei social networks sia proprio in queste dinamiche di controllo sociale in cui si osservano gli altri mentre si guarda se stessi, attuando un confronto tra identità. Conoscere le personalità altrui, fornisce gli elementi per comprendere la propria e attuare strategie di controllo per esprimerla in relazione con gli altri.

 

Bisogni associativi

  • E` ancora l’identità ad essere in gioco: abbiamo la necessità di esprimere idee e emozioni, su determinati argomenti e esperienze, e di sapere cosa ne pensano le persone con cui siamo in contatto. Dibattere con gli altri su certe opinioni o idee, confrontarsi o, come spesso accade in rete, scontrarsi significa comunicare parti della nostra identità.

 

Autostima

  • Può crescere quando si è scelti dagli altri come amici. Ma non è sempre così. E` il contesto ad incidere su questo bisogno. Chi usa i social networks per lavoro avrà l’obiettivo di avere tra i contatti un numero rilevante di persone mentre coloro che li utilizzano, ad esempio, soprattutto per rimanere in contatto con la famiglia, che si trova in un altro continente, non avrà come principale interesse quello di ampliare notevolmente la sua cerchia.

 

Autorealizzazione

  • Avviene quando possiamo parlare di noi stessi agli altri e pubblicare contenuti utili ai nostri amici e follower. Qui c’è un aspetto che potrebbe essere sottovalutato: la consapevolezza nell’uso del mezzo. A quanti è accaduto di aver pubblicato un commento, una foto, un video o altro ed essersi pentiti? La certezza del pieno controllo di come si esprima la propria identità,  in rete, forse non è così certa come si potrebbe pensare. Il controllo dell’espressione di se stessi in rete è paragonabile ad un filo molto sottile, che si incontra con molti altri fili: per farlo è necessario acquisire la capacità di saperli muovere, con estrema accortezza.

 

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Social networks: tutto iniziò con un caffè

social network e i caffè

Tom Standage, giornalista e digital editor dell’Economist, ha scritto, nel 2013, un libro sull’argomento: Writing on the wall: Social Media – The First 2000 Years.

I social network (sites) avrebbero origini molto antiche.

Lutero la usava

Standage parla del modo in cui i Romani comunicavano, come la scrittura dei messaggi sui muri. Di Cicerone, che usava i papiri per far conoscere il suo pensiero. E di Lutero, che scrisse le 95 tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, sfruttando quella che oggi viene chiamata comunicazione virale (la diffusione di informazioni  grazie al comune “passa parola” tra le persone). Cambiano gli strumenti ma le finalità rimangono identiche: ieri come oggi, l’obiettivo è far circolare i messaggi e renderli pubblici.

Questione di cappotti 

Ancora Standage afferma, in un articolo del 2013, pubblicato sul New York Times e riportato da Repubblica on line con la traduzione di Fabio Galimberti, che i caffè di fine Seicento, in Inghilterra, hanno caratteristiche comuni, relativamente al loro utilizzo e alle loro finalità, con gli attuali social network. L’accostamento nasce nell’ambito di un dibattito sull’efficienza del lavoro: i dipendenti di un’azienda lavorano meno se usano i social network? Sono uno strumento di distrazione o una possibilità di confronto creativo che stimola, al contrario, la produzione? Il giornalista evidenzia che un dibattito molto simile è avvenuto, nel Seicento, riguardo ai caffè inglesi: ritrovo per scambi di idee e opinioni, rispetto ai fatti di attualità, ma anche ambienti dove trovava spazio la nobilissima arte del pettegolezzo o del cappotto, se si preferisce. Emerge un ulteriore dato interessante: la nascita di caffè specializzati in dibattiti su argomenti come scienza, politica, commercio e letteratura. Dunque, è nei caffè l’origine dei social network (ma non solo nei caffè, come accennato prima) e nei caffè specializzati le radici dei social network di nicchia, in cui gli utenti si incontrano attorno ad un certo ambito come, per citarne uno, quello letterario.

 

Produttività: +20% con i social network

Un altro importante aspetto riguarda l’eterogeneità delle classi sociali a cui appartenevano i personaggi che popolavano i caffè, questo dava vita ad un confronto tra persone appartenenti a categorie sociali differenti e ad una ricchezza di opinioni che alimentava i dibattiti. Anche in quel periodo storico, come accennato prima, non mancavano polemiche circa le attività che si svolgevano all’interno dei caffè. Alcuni opinionisti dell’epoca ritenevano che questi luoghi fossero, per i frequentatori, una perdita di tempo. Al contrario, scrive Standage, erano proprio questi ambienti che stimolavano la creatività e la formazione delle idee e, a tale proposito, cita, tra diversi esempi, la Royal Society, nota accademia scientifica inglese fondata nel 1660, di cui i componenti, tra cui Isaac Newton, discutevano delle loro scoperte e tenevano conferenze all’interno degli stessi caffè inglesi. A supporto della sua teoria, Standage cita i risultati di una ricerca sull’uso dei social network sites all’interno delle aziende condotta, nel 2012, dalla società di consulenza McKinsey & Company, da cui risulta che la produttività dei lavoratori, che utilizzano i social network sites, è aumentata di circa il 20%  (Di una parte dei risultati, ne discute M. Minghetti in  I dieci processi da sviluppare in chiave social secondo McKinsey, articolo in Le Aziende InVisibili, Blog de Il Sole 24 ore, Agosto 2012). Anche Antonio Sgobba, con un articolo pubblicato sul sito on line del Corriere della sera, si sofferma sulle posizioni di Standage.

Il BLA BLA BLA influenza il mondo circostante

Fino ad ora abbiamo visto come, sia ieri che oggi, sono presenti delle diffidenze nei confronti dei luoghi di ritrovo, fisici e virtuali, in cui vi siano degli scambi di opinioni, idee e emozioni ma anche di semplici “chiacchiere”. La poca fiducia nelle dinamiche che si attivano, all’interno di questi luoghi, nasce dal ritenerle futili perchè categorizzate in una dimensione teorica in cui mancano i risvolti pratici all’interno della realtà concreta. Ma abbiamo anche visto come tali attività abbiano influito positivamente sulla conoscenza e, dunque, sulla quotidiana oggettività (ricordiamo come gli studi di Newton sulla gravità e sulla dinamica siano stati stimolati dai dibattiti nei caffè e, per fare altri esempi, sempre secondo Standage, anche il filosofo ed economista Adam Smith realizzò, nel 1776, l’opera intitolata La ricchezza delle nazioni all’interno della British Coffe House). E’ il caso di pensare a come le parole e i discorsi interagiscono con l’ambiente circostante. Le parole lo determina e, per questo motivo, non si può sottovalutare il loro ruolo e considerare i luoghi, in cui questo si esplicita (social network oggi e i caffè ieri), come spazi dove si “perde tempo”.

Un pò di linguistica…per non farci mancare niente

A supporto di tali considerazioni, è il caso di citare alcuni elementi appartenenti alla Teoria degli atti linguistici, elaborata dal linguista e filosofo John Langshaw Austin,  resa nota durante una lezione presso l’Università di Harvard nel 1955 e pubblicata successivamente, nel 1962, all’interno dell’opera How To Do Things With Words. Soffermarsi sui principali aspetti di tale teoria, permette di riflettere sulle funzioni dell’attività linguistica e, in particolare, sulle influenze determinate, in passato, dai luoghi predisposti alla sua esercitazione: dalla retorica aristotelica e l’agorà dell’antica Grecia, all’oratoria di Cicerone e il Foro Romano, ai caffè del Seicento fino agli attuali social network sites.

 

La teoria degli atti linguistici si basa sul presupposto che con un enunciato non si possa solo descrivere il contenuto o sostenerne la veridicità, ma che la maggior parte degli enunciati servano a compiere delle vere e proprie azioni in ambito comunicativo, per esercitare un particolare influsso sul mondo circostante.

 

Si è scelto di riportare la definizione di Wikipedia, poiché nel definire l’atto linguistico si evidenzia fortemente l’influenza degli enunciati sul mondo circostante. E` per questo motivo che le parole corrispondono a vere e proprie azioni: esse influiscono sull’ambiente in cui il parlante si trova ad esprimerle. Attraverso i suoi studi, Austin ha compreso come il “dire” corrisponde al “fare” e che, dunque, il linguaggio, come oggetto di studio, deve considerarsi un’azione. Per questo motivo, il linguista suddivide gli enunciati in performativi, dall’inglese to perform: compiere un’azione e in constativi:

 

  • nel primo caso, gli enunciati sembrano descrivere l’azione ma in effetti la compiono
  • nel secondo caso, gli enunciati non corrispondono ad azioni ma sono delle asserzioni di verità o di falsità

 

Dunque, la pronuncia delle parole implica la loro messa in pratica.

Non si dice “si, lo voglio” tanto per

Si potrebbe prendere come esempio la celebrazione di un matrimonio attraverso il rito cattolico, in cui l’affermazione “vi dichiaro marito e moglie” comporta un’azione corrispondente ad un atto pubblico, con il quale due persone dichiarano la loro unione sentimentale e contrattuale. Ma un enunciato per essere performativo, e dunque per poter dare luogo in modo effettivo ad un’azione, deve prevedere determinate condizioni quali:

 

  • essere convenzionale
  • dipendere da un contesto
  • essere “felice” o “infelice”

 

Il contesto convenzionale indica che un enunciato, per compiere un’azione, deve essere espresso da certe persone in date circostanze mentre per contesto si intende che, al suo interno, persone e parole devono risultare adeguate, infine per essere “felice”, e dunque riuscita, l’attività di enunciazione deve attuarsi in modo corretto e completo.Per chiarire i passaggi fino ad ora citati, torna utile considerare ancora l’esempio del matrimonio. Quando due persone scelgono consensualmente di sposarsi, attraverso il rito contemplato dalla religione cattolica, il contesto convenzionale si può identificare con l’enunciato espresso da tali persone durante la celebrazione in chiesa, davanti al sacerdote. Per far si che il contesto risulti adeguato, al tempo stesso, i soggetti, e dunque la sposa e lo sposo, devono essere consenzienti e il sacerdote appartenere all’ordine della chiesa cattolica. Per far si che l’enunciato sia “felice”, e dunque che l’azione si compia in modo effettivo e che il matrimonio abbia validità, la procedura del rito deve svolgersi in modo corretto e completo: gli sposi dichiarano pubblicamente la reciproca intenzione a trascorrere la propria vita insieme, il sacerdote proclama i due sposi uniti in matrimonio e, alla fine della cerimonia, gli sposi e i testimoni firmano l’atto matrimoniale. Si tratta di infelicità dell’enunciato, e dunque della mancanza di azione, quando le condizioni sopra riportate non sono presenti. Ad esempio, il soggetto non può, per motivi di varia natura, compiere l’atto oppure non desidera ultimarlo o quando la procedura si svolge correttamente ma si presenta un evento che non permette la totale realizzazione dell’atto. Tornando all’esempio del matrimonio, l’infelicità dell’enunciato si verificherebbe se, durante la cerimonia, uno dei due sposi non desiderasse più sposarsi oppure se si scoprisse che il sacerdote non appartiene all’ordine cattolico o se un evento imprevisto interrompesse il rito.

Te lo sei letto tutto? No vabbhè, un mito!

Dunque, da quanto valutato fin ora, emerge il ruolo fondamentale delle parole e degli enunciati nella strutturazione della realtà circostante: è questo il motivo per cui non è possibile ignorare quei luoghi fisici e virtuali (social network sites ma anche forum, blogs, piattaforme on line, siti internet) in cui il loro scambio avviene, in modo continuo, generando azioni che danno luogo a forme sociali e simboliche della realtà.

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Autopromuovere il proprio libro con i social networks: non solo Facebook e Twitter

Sento di dover iniziare questo post ringraziando l’autore di un articolo intitolato e se un giorno twitter e facebook diventassero obsoleti  e pubblicato recentemente su ninjamarketing (sito che si rivela spesso utile per arricchire la propria conoscenza in ambito di marketing). Volevo scrivere un articolo utile e interessante per coloro che intendono promuovere il proprio libro attraverso i social networks più noti come Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e attraverso piattaforme di condivisione come YouTube ma, girando in rete, si trovano molti post che trattano di questo argomento. Il mio sarebbe stato l’ennesimo articolo che ripeteva quello che già altri avevano scritto. Ho pensato, allora, di avventurarmi in spiegazioni tecniche su come usare Facebook, Twitter o altri social networks ma questo non mi ha rassicurata poiché le impostazioni possono cambiare, e in breve tempo, fino a rendere vano lo sforzo di scriverne. Niente di nuovo, dunque, pensavo. Ma non era così.

Cosa dire di nuovo sui social networks
E` proprio sul cambiamento che è il caso di soffermarsi. Cosa dire, di nuovo, sull’uso dei social network come strumento di promozione? La risposta l’ho trovata nell’articolo segnalato all’inizio e scritto da Francesco Turturiello: i più famosi e attuali social networks potrebbero essere sorclassati da altre piattaforme sociali, entro qualche anno. La novità non sta tanto nel fatto che, prima o dopo, questo potrebbe accadere ma nella velocità con cui questo può avvenire. Tale dinamica può apparire ovvia ma va tenuta bene a mente per evitare di rimetterci, soprattutto in ambito professionale. L’autore dell’articolo evidenzia due termini: cambiamento e aggiornamento. Ciò significa che chi scrive un libro (ma il riferimento è a chiunque decida di utilizzare i social networks per promuovere qualsiasi cosa o anche solo se stessi), e decide di promuoverlo da se, non solo deve imparare ad usare gli strumenti sociali più noti ma deve tenersi costantemente aggiornato sulla conoscenza di nuovi mezzi tecnologici ad uso sociale.

 

Alcuni dati sul futuro dei social networks
A tale proposito, un dato interessante viene dalla ricerca condotta da Global Index Italia, segnalata in un articolo pubblicato sul sito de Il sole 24 ore, che rivela come il 45% degli utenti, aderenti ai social networks, non utilizza le piattaforme sociali più conosciute. Su Primaonline è stato pubblicato, di recente, un articolo che riporta le previsioni elaborate dalla rivista americana Forbes, che tratta di economia e finanza, circa il futuro dei social networks. Nello specifico, si cerca di comprendere se Facebook si troverà nella stessa condizione di Myspace che, in breve tempo, è passata da una notevole fama al quasi completo oblio. I dati, si legge nell’articolo, confermati da David Ebersman, cfo (chief financial officer ossia colui che si occupa dell’attività finanziaria di un’azienda) di Facebook, rivelano che gli adolescenti (si tratta soprattutto di statunitensi) hanno diminuito il tempo medio di permanenza su Facebook e, elemento da non sottovalutare, la loro presenza continuerà a calare.

 

I social networks di nicchia
Altro fenomeno interessante, e che potrebbe mettere in difficoltà i social networks maggiormente diffusi,  è lo sviluppo di piattaforme sociali di nicchia. La loro diffusione, pari alla popolarità di social network generalisti come Facebook, sembra ancora lontana ma credo sia il caso di spendere alcune parole per capire il fenomeno e come questo può tornare utile a chi intende promuovere il proprio libro. Innanzitutto, c’è da sottolineare che il termine nicchia sta diventando sempre più importante poiché le ricerche degli utenti su internet (e non solo) sono orientate a specifiche richieste che, si aspettano, vengano soddisfatte. In ambito letterario, è interessante notare che, ad oggi, non si trovano social networks specifici su determinati generi come, ad esempio, il giallo o il fantasy ma esistono contenitori sociali che sono, a mio parere, un incontro tra la “nicchia” e il generalista.

 

Social networks di libri: Anobii, Zazie, Goodreaders
Mi riferisco a quei social networks relativi ai libri come aNobii, che troviamo tra i più conosciuti (se non il più noto) attraverso cui l’utente può creare la propria libreria, confrontarsi con altri utenti sulla scelta del prossimo libro da leggere e condividere, tramite Facebook e Twitter, le recensioni sulle proprie letture di interesse. Ultimamente si sente parlare molto, in rete, dell’italiana Zazie. Qui si trova, oltre alle funzioni di creazione della propria libreria e di condivisione della stessa, una sezione dedicata alle passioni ossia, come si legge dalla pagina informativa della stessa piatttaforma, si possono archiviare e cercare i libri letti per stati d’animo. Non avendola testata, non posso dire se possa rendere le mie ricerche più piacevoli e utili ma mi sembra interessante come possibilità di valore aggiunto alla piattaforma. Riguardo ai contenitori sociali di libri, la recente nascita di Goodreads  ha dato luogo alla contrapposizione aNobii/Goodreads. Si perché, dando un’occhiata ai forum, emerge che gli utenti lamentano la mancanza di aggiornamento di aNobii, nel senso che rimane poco scorrevole da utilizzare (e quindi in termini di usabilità non è tra le piattaforme più agevoli), d’altro canto di Goodreaders si manifesta lo scarso numero di libri in lingua italiana. Può essere utile sapere che gli utenti possono importare la propria libreria virtuale da una piattaforma all’altra (questo vale sicuramente per Zazie e Goodreaders.)

 

Quale direzione per chi si autopromuove
A fronte di questo, è possibile ipotizzare (e sperare) la nascita di social networks di nicchia in ambiti letterari specifici e, dunque, contenitori di utenti interessati ad un determinato genere letterario: questo agevolerebbe notevolmente il lavoro degli scrittori intenzionati ad autopromuoversi. Probabilmente questa è la direzione ma, come anticipato, sembra che ci vorrà del tempo (al momento non è possibile quantificarlo) prima che queste piattaforme diventino note quanto Facebook e Twitter.

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