Salone del Libro Torino: Self publishing, social network e le stelline di Amazon

Salone Libro Torino Il Blog degli scrittori

Il Blog degli scrittori al Salone del Libro Torino 2015

Sabato ho fatto un giro a Torino. Ho seguito l’evento di Amazon KDP sul Self publishing, al Salone Internazionale del Libro nell’area Book to the future. Così placidamente sono partita la mattina da Roma e tornata la sera. Ho viaggiato con Italo: bellissimo. Se poi ci metti che era gratis: fantastico!

Stai per digitare su Google “Italo biglietti gratis”? Lascia perde. Il mio è stato un caso fortunato. Te lo dico altrimenti potresti pensare che questo sia un post su Italo – e che mi retribuisce per fare tutto sto preambolo – e invece no. Questo è un post sul Self publishing e i social network.

Ma andiamo con ordine. Arrivo a Torino a l’ora di pranzo e riesco a seguire un evento quasi e mezzo (il mio treno ripartiva alle 16:30). Il primo è Scrittori e social network: parlare di libri nelle piazze digitali funziona?  di Gli Amanti dei libri.  Di questo vedo l’ultima parte.  Al secondo, quello che mi interessava di più, Avanti chi scrive, tu sarai il prossimo di Amazon, partecipo dall’inizio alla fine.

Prima di farti leggere, nel mio prossimo post, cosa ha detto Caio e come ha risposto Sempronio, voglio condividere con te alcune impressioni.

Meglio scrittori pre-social network o post-social network? Mha!

Il primo evento trattava dell’utilità dei social network per gli scrittori. Sono venute fuori un po’ di cosette interessanti  ma, come ti ho accennato, posso raccontarti solo una piccola parte della discussione. Te la stringo in breve:

gli scrittori del passato non usavano Facebook, Twitter e gli altri social. Come hanno raggiunto l’apprezzamento del pubblico? Uno degli ospiti dell’evento, lo scrittore Stefano Piedimonte, ha proposto una distinzione: scrittori del periodo pre-social network e scrittori post-social network. Mi sono chiesta: perché questa distinzione? I primi sono meglio degli altri? Non voglio sbilanciarmi su considerazioni errate ma ho avvertito, e forse mi sbaglio, una leggera critica nei confronti del rapporto tra social network e il mestiere dello scrittore.

Gli scrittori che li usano producono libri con un valore letterario diverso, rispetto agli scrittori del passato che hanno instaurato un legame con i lettori – Piedimonte ha citato l’esempio di Ken Follett – senza ricorrere ai social network?

Ribadisco: forse non ho colto correttamente il messaggio. Ma ho avvertito una sottile diffidenza nella relazione tra social network e scrittura. Come se uno strumento di comunicazione, fortemente immerso nella cultura digitale, fosse incompatibile con un’attività umanistica molto antica come scrivere per raccontare. Ma potrei sbagliarmi.

Oltre ai like c’è di più  

Mi ha colpito positivamente il pensiero di un’altra ospite, la giornalista Barbara Sgarzi. “Dobbiamo liberarci dalle metriche. Ottenere tanti like su Facebook non significa necessariamente aver scritto un buon libro. Anche perché li non c’è la possibilità di cliccare “non mi piace”.” I molti like su una pagina Facebook di un autore e del suo libro non ne decretano il successo soprattutto perché, come forse già sai, i “mi piace” non bastano a generare e a rafforzare la relazione con i lettori. Servono, oltre ad altre attività collaterali, commenti e condivisioni per aumentare l’interattività con le persone.

L’annosa questione della qualità

Forse, attraverso questo evento, si voleva salvaguardare la qualità dei contenuti dei libri e il diritto del lettore di fruirne. Un modo per dire: “Attenzione! Il successo sui social network non corrisponde necessariamente ad avere grandi capacità letterarie!”. Oppure ” Anche se scrivi un ottimo libro, non significa che riuscirai a farlo conoscere attraverso i social network!”.

D’accordo su tutto ma penso anche che i social siano un’opportunità.

E, soprattutto, credo che chi scrive un libro di qualità possa raggiungere i suoi lettori tramite – anche – la piattaforma di Zuckerberg e simili. Può incaricare qualcuno per farlo oppure può gestirsi da se.  E non è semplice. Perché, forse lo sai, siamo in uno stato di ”guerra dell’attenzione”:  far emergere la propria voce dal coro richiede un duro lavoro, protratto nel tempo.

Va bene sfatare i miti (ossia scrivo un libro, faccio un po’ di social media management e tiro su soldi a palate con le vendite). Ma ci sono casi diversi tra loro.

Mi viene in mente ancora la questione della qualità. Ne avevo già parlato qui: che valore hanno i libri autopubblicati? Lo stesso dei libri editi dalle case editrici?

Credo che possano coesistere scrittori di Self publishing e scrittori con case editrici alle spalle. È una scelta. Ci sono scrittori che non amano le piattaforme di autopubblicazione. Sono scelte. E ci sono scrittori che di case editrici non ne vogliono sentire parlare e puntano al Self publishing. Altre scelte. Ma non significa che una sia meglio dell’altra oppure che il libro scritto da chi usa i social per  dargli visibilità valga meno di chi, invece, utilizza i canali tradizionali come case editrici e giornali.

Le cose che contano sono 3:

  • i contenuti
  • i lettori
  • le stelline di Amazon

Punta alle stelline di Amazon: il resto è noia!

Salone del libro - Il Blog degli scrittori Book to the future

Sul perché delle stelline te lo spiego fra poco. Riguardo all’evento di Amazon KDP sul Self publishing, mi hanno colpito come gli argomenti fossero di natura opposta (quasi del tutto) rispetto all’evento precedente.

Ti anticipo che i 3 scrittori ospiti che hanno autopubblicato i loro libri – Giulia Beyman, Riccardo Bruni e Massimo Volta – hanno detto chiaramente che non c’è una chiave per il successo. Il responsabile di Amazon per la stampa dei libri (il servizio Createspace), Alessandro Giuffré, ha aggiunto:

“La chiave del successo sono i lettori.””

Quindi, più che i like di Facebook o i retweet di Twitter conta il numero delle stelline di Amazon, ad indicare se un libro è piaciuto oppure no.

Amazon tira l’acqua al suo mulino, ovvio. Ma quando Mia Ceran, la moderatrice dell’evento ha detto: “Giulia Beyman nel 2014 ha venduto più libri di Ken Follett“.

Bhè.

Non c’è bisogno di aggiungere altro, no?

Anzi, scusa, ti dico qualcosa in più. Si, cambio idea da un mezzo secondo all’altro e certi mal di testa potrei pure risparmiarmeli se trovassi pace. Ma così non è, perciò. Tu leggi qui sotto. Io prendo l’aspirina.

Libri autopubblicati di successo: cosa hanno in comune?  

Nella mia tesi di laurea magistrale, su Social network sites e Self publishing, ho cercato di comprendere cosa hanno in comune i libri autopubblicati di successo. Ma prima ho tentato di cogliere i motivi per cui certi prodotti culturali, nati e diffusi in internet, abbiano riscosso un notevole interesse tra il pubblico. Per farlo, ho confrontato le caratteristiche che accomunano il successo di The Blair Witch Project, il finto documentario uscito negli Stati Uniti nel 1999 – ancora tremo se ci penso – con quelle dei romanzi di Amanda Hocking, diventata famosa nel 2011 grazie al Self publishing.

Mi sono fatta un’idea:

“l’accostamento fantasy/paranormal e internet sembra funzionare molto bene tra il pubblico.”

Preparati perché pubblicherò un post su questo argomento.Tornata da Torino (abbastanza distrutta perché tutto in giornata e di fretta, però oh, un viaggio bellissimo), il giorno dopo mi vado a leggere la trama del libro di Giulia Beyman che ha venduto più copie di Ken Follett nel 2014. Te l’ho già detto, lo so. Ma “repetita iuvant”.

Scopro che la protagonista di Prima di dire addio (Nora Cooper Mysteries) è un agente immobiliare che investiga su un mistero attorno alla morte di suo marito, comunicando con lui nell’aldilà. Tra  l’altro, di libri la Beyman ne ha scritti 3 e tutti della stessa tipologia, cioè in serie. Questo, forse lo sai, ha molta presa sul pubblico. Cioè le storie in serie attraggono i lettori. Anche Amanda Hocking ha fatto la stessa cosa con i suoi romanzi fantasy/paranormal.

La stessa Beyman ha detto: “non c’è la chiave del successo ma cercate di essere presenti in modo fluido.” Non so cosa significhi ma un’idea ce l’ho: farsi trasportare dai cambiamenti. Allora, per quanto mi riguarda se mi dici: “scrivi un romanzo fantasy/paranormal in serie”  ti rispondo: “ma anche no.”

Così d’emblée non mi attira neanche un po’. Mi rendo conto che mi precludo una strada ma la mia idea di fondo è agire in base a ciò che sento (ecco perché, tra l’altro, cambio spesso idea) cercando di non tradire la mia natura. Poi, un giorno chissà. Tutto “poesse”.

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