Self publishing o casa editrice?

Da qualche giorno sto cercando di capire quale articolo scrivere per l’apertura di questo blog. Ne ho delineato la struttura (del blog) seguendo i consigli di Luisa Carrada, contenuti nel Blog del mestiere di scrivere, di cui lei è l’autrice. Ho deciso il tema, le categorie e  i titoli dei prossimi post ma non immaginavo che scrivere un articolo sull’autopubblicazione, e dunque sul  self publishing, mi avrebbe messo in serie  difficoltà  portandomi a vagare ininterrottamente da un sito all’altro, per un cospicuo numero di ore.

Scegliere la piattaforma per autopubblicarsi
Cercando di farmi un’idea precisa su cosa volevo dire riguardo all’autopubblicazione, ho trovato un articolo interessante, che compare nei primi risultati di Google digitando la frase “autopubblicare un libro”, scritto da Enzo Di Frenna all’interno del blog de Il Fatto Quotidiano. Si intitola: Come autopubblicarsi  un libro senza farsi fregare. Dopo aver descritto l’esperienza di un suo conoscente, di come è stato appunto “fregato” dalle case editrici, passa in rassegna le piattaforme di self publishing più note, tra cui le italiane ilmiolibro.it e youcanprint. Queste vengono paragonate alla canadese Lulu e ad un’altra italiana: Narcissus. Alla fine dell’articolo, l’autore descrive Narcissus come la piattaforma migliore tra queste perché offre, rispetto alle altre, il vantaggio di essere molto trasparente nella divulgazione delle condizioni contrattuali da sottoscrivere con l’autore. Finita la lettura dell’articolo, penso di essere pronta e d’aver capito di cosa voglio scrivere: un articolo che mette a confronto le più note piattaforme di self publishing, con il fine di aiutare il lettore a scegliere la migliore attraverso cui autopubblicarsi. Decido, nell’ordine, di consultare le piattaforme di: Narcissus, Lulu, Amazon, Youcanprint e Kobo Writing Life. Di Narcissus è vero, si conferma la chiarezza del contratto. C’è una sezione in pdf dove è possibile leggere tutte le condizioni contrattuali scritte in modo più chiaro rispetto al contratto redatto, ad esempio, da Amazon. Ma noto anche che, nel contratto di Narcissus, viene dichiarato che non c’è nessuna certezza che il proprio ebook (parliamo soprattutto di self publishing digitale) verrà pubblicato in tutte le principali librerie on line, elencate nella pagina di presentazione del self publishing. E l’elenco, molto lungo, indica grandi nomi come Amazon, Apple, La Feltrinelli, il Fatto quotidiano e  l’Unità. Di sicuro c’è che l’ebook, da pubblicare, deve essere in formato epub e che, quindi, se è stato scritto in formato word è obbligatorio cambiarlo in epub al fine di  permetterne la lettura su piattaforme digitali come ereader, smartphone, ipad e tablet. Narcissus offre un servizio di conversione del formato a 0,60 centesimi di euro per ciascuna cartella editoriale che, solitamente (non è specificato nel contratto), equivale a 1800/2000 battute per un carattere del tipo  times new roman a grandezza 12. L’autore percepisce il 60% del prezzo del libro per ogni copia venduta mentre, ad esempio, con Amazon l’autore ottiene il 70%.

Farsi un’idea sul self publishing: punti di vista
Ad ogni modo, anche se qualche dato sono riuscita a ricavarlo, ho dovuto abbandonare l’idea di mettere a confronto queste piattaforme. Difatti, per dare informazioni precise, non basta consultare le pagine delle diverse piattaforme ma è necessario fare degli esperimenti di autopubblicazione perché alcune dinamiche cambiano in relazione ad alcune varianti, come il paese in cui si intende vendere il libro e il prezzo di vendita scelto. Dopo diverse ore sono, dunque, arrivata a questa conclusione e ammetto che è stato scoraggiante pensare di dover cambiare il titolo del primo post. Ho pensato che fosse un primo fallimento e che mi sarei dovuta abituare a questo, considerando che ho scelto la strada, non facile, della scrittura. Ma poi ho cenato. Un piatto di pasta di kamut con salsa di peperoni fatti in casa. Si potrebbe pensare che non c’entra nulla con la scrittura di questo post. Non è così. Il cervello ha ricevuto uno stimolo che avevo completamente dimenticato di dargli, tanto ero impegnata a fare ricerche sull’argomento self publishing. La mente ha iniziato a riattivarsi nella direzione giusta e ho avuto l’idea di andarmi a leggere un post di Luisa Carrada, dal Blog del mestiere di scrivere, sul self publishing ma ho trovato un solo post che tratta della nascita di ilmiolibro.it. Non era lo spunto che cercavo (cosa che mi accade molto di rado quando visito il Blog del mestiere di scrivere) ma poi mi ricordo che, proprio attraverso questo blog, sono venuta a conoscenza del sito di Annamaria Testa Nuovo e utile e, li, ho trovato un articolo molto interessante, che tratta di self publishing, intitolato La letteratura sommersa, la paranoia, la fortuna e il cigno nero. Nell’articolo, l’autrice conduce il lettore in un percorso dove sono indicati differenti punti di vista sul self publishing. In particolare, cita un articolo apparso su Repubblica.it, nel mese di agosto del 2012, dal titolo Attenti alla bolla del self publishing, scritto da Loredana Lipperini, che riporta le dichiarazioni dello scrittore scozzese Ewan Morrison, apparse sul The Guardian, relativamente alla pratica dell’autopubblicazione. Secondo lo scrittore, quest’attività spinge gli autori che si autopubblicano a trascorrere molto tempo sui social network per promuovere i loro libri ma questi strumenti, in realtà, non permettono di raggiungere i risultati di vendita, previsti da almeno una parte di coloro che si occupano di marketing. L’articolo termina con una domanda dello scrittore scozzese: “Vuoi spendere l’ 80% dell’ 80% del tuo tempo parlando di gatti su Facebook nella speranza di incrementare del 2% le vendite di un libro che hai scritto in diciotto giorni e facendo propaganda all’industria dei social media? O vuoi essere al cento per cento uno scrittore?” Ancora Annamaria Testa segnala un altro articolo, con un punto di vista completamente differente, apparso sul blog di Wired nel 2012, scritto da Matteo Bittanti, dal titolo Self-publishing: un cambio di paradigma. Dell’articolo di Bittanti riporto una parte che mi sembra molto utile per farsi un’idea del fenomeno self publishing: “…è fuori discussione che la rete abbia ridistribuito il potere delle forze in campo, aperto nuove porte, introdotto modelli alternativi. L’accesso ai mezzi di produzione da parte del proletariato della tastiera non andrebbe sottovalutato. Semmai, ci sarebbe da preoccuparsi dell’immondizia dell’editoria mainstream, dei best-seller televisivi che dominano le classifiche di vendita, della montagne di carta straccia parcheggiate in modo illecito sui famigerati scaffali delle librerie.” Dunque, il self publishing può essere un’opportunità per quegli scrittori che hanno ottenuto rifiuti e mancate risposte dalle case editrici. Il problema, si sa, nasce quando si parla di qualità dei testi ma, come evidenziato da Bittanti, la mancanza di qualità si riscontra anche in quei testi pubblicati da grandi case editrici. Riguardo alla qualità, è il caso di segnalare un articolo recentemente pubblicato da Stefano Izzo sul blog di Masterpiece, il primo talent show italiano in cui si sfidano scrittori non conosciuti dal grande pubblico, intitolato Self-publishing: perché sentirsi scrittori non equivale ad esserlo. L’autore elenca una serie di punti per i quali il self publishing sia da considerare “una pericolosa illusione” piuttosto che un’opportunità. Tra questi colpisce quello in cui dice che autopubblicarsi è una fuga dal giudizio e, in particolar modo, dal giudizio dell’editore.

Chi giudica la qualità di un testo?
Viene da chiedersi: ma perché il giudizio di chi legge un testo autopubblicato non ha valore? E` vero che i lettori di un determinato testo non sono tutti professionisti dell’editoria ma, in alcuni casi, il self publishing può essere un modo per avere la possibilità di far conoscere il proprio libro. Quante volte è successo che abbiamo comprato un romanzo o un saggio e poi ne siamo rimasti delusi? Eppure era stato pubblicato attraverso una casa editrice, revisionato e giudicato da professionisti del mestiere. La differenza tra pubblicare con la casa editrice e autopubblicarsi sta nella possibilità per tutti di poter far conoscere ciò che si scrive: è responsabilità del lettore cercare dei punti di riferimento di qualità (giornali cartacei e on line, blog, siti ma anche semplicemente il passaparola delle persone di cui si ha stima in un determinato ambito), per orientarsi e scegliere titoli con contenuti utili e interessanti. Di spazzatura ce n’è  nel self publishing come non manca nelle case editrici, ammettiamolo.  Ma tanti altri testi con contenuti validi sono chiusi in un cassetto e nessuno li ha mai letti, perché giudicare, negativamente, l’esistenza di una possibilità, per le persone comuni, di poterli divulgare?

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2 commenti

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2 risposte a “Self publishing o casa editrice?

  1. Articolo molto esaustivo sull’argomento. Anche io ho dedicato un capitolo del mio libro “Self-Publishing: Guida Completa” sul Self-Publishing in Italia. E’ possibile leggerlo gratuitamente qui: http://simonemoretti75.wordpress.com/2013/11/28/il-self-publishing-in-italia/

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  2. Margherita Mela

    Grazie, spero sia tornato utile!

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