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Dacia Maraini: il racconto dà la vita

 

DACIA MARAINI

“Perché ci piacciono le storie?” Inizia così la descrizione dell’incontro, organizzato da Finestre sul cortile , con la scrittrice Dacia Maraini a Roma, a cui ho avuto il piacere di assistere la settimana scorsa. Quasi sicuramente, parlare dei motivi per cui le storie ci attraggono così tanto (non solo dei libri ma anche dei film, teatrali fino alle cronache giornalistiche, per citarne solo alcune tipologie) ha suscitato, fin da subito, il mio interesse poi aumentato quando ho letto che a parlarne c’era Dacia Maraini, una delle più importanti autrici contemporanee.

Durante l’incontro, non ho smesso neanche un attimo di prendere appunti mentre la scrittrice Carola Susani guidava, preziosamente insieme a Maraini, me e gli altri partecipanti all’evento alla comprensione dell’importanza del racconto nella vita familiare e sociale. E mi sono lasciata trasportare dalla voce dell’attrice Caterina Venturini mentre dava vita alle parole dell’ultimo romanzo di Maraini, La bambina e il sognatore (Rizzoli editore, 2015), in cui attraverso il racconto di una “perdita”, di un’assenza, il protagonista, una voce maschile, esprime con forza un sogno anche se una realtà terribile come la nostra – che, in fondo, lo è sempre stata anche in passato – fa di tutto per distruggerlo. È il desiderio di un figlio. Che non è più solo della donna ma diventa intenso anche nell’uomo. Attenzione però, secondo l’autrice egli non si trova in una condizione facile: “la nostra cultura censura il desiderio di paternità”, come se la spinta a concepire figli fosse solo femminile e, al tempo stesso, una parte del “non detto nella nostra società” riguarda proprio l’aspirazione a diventare padre.

 

Mentre non c’eri…

Se volevi essere all’incontro ma, per un motivo o l’altro, te lo sei perso oppure ti è venuta la curiosità di saperne di più, leggi, se ti va, le righe che seguono. Qui sotto trovi il bellissimo percorso in cui le due scrittrici ci hanno trasportato e alcune informazioni preziose su come può nascere un romanzo (però se, mentre leggi, pensi: “già le sapevo” buon per te! Ma è vero anche che repetita iuvant! :-)).

 

Raccontare per insegnare

“Il libro parte dall’intimo per arrivare al contemporaneo.” Esordisce così Carolina Susani e ci suggerisce, fin da subito, di fare caso ai nomi dei personaggi narrati in La bambina e il sognatore: “sono di tipo quotidiano ma potenti al tempo stesso”. Il protagonista si chiama Nani Sapienza e “racconta la storia di una perdita, di una scomparsa”. In particolare, si tratta di un’indagine su una sparizione e, per questo, il romanzo può identificarsi con il genere del giallo che “attraversa una periferia astratta della provincia italiana, intessuta da una rete di relazioni somigliante a quella di un paese.” Qui Nani Sapienza insegna in una scuola elementare usando il racconto, un metodo evocativo notevole con cui riesce a coinvolgere tutti i bambini, dai più aperti e vivaci ai più riservati e timidi. “In questo romanzo – continua Susani – la scrittrice affronta il tema della paternità ispirandosi alla storia di Pinocchio (scritta da Carlo Collodi nel 1881 e intitolata Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino) dove però la figura materna è assente (l’unico personaggio che può ricordarla è la Fata Turchina ma è quasi un fantasma che appartiene ad un “altro mondo”).

 

Come nascono i personaggi di Dacia Maraini

“Ma perché, Dacia, hai scelto la voce di un uomo e una paternità isolata?” chiede Susani.

“A dire il vero, è il personaggio che bussa alla mia porta. Il mio racconto nasce da lui”

                                          Dacia Maraini

Maraini ci dice anche che quando il personaggio diventa insistente dentro di lei, significa che è lui stesso a voler raccontare la sua storia. Invitata molto spesso nelle scuole elementari e nei licei, ha avuto modo di conoscere giovani maestri che l’hanno colpita per la passione con cui ricoprono un ruolo professionale poco pagato e solitamente riservato alle donne. “Sono del parere che la nostra cultura censuri il desiderio di paternità” e sottolinea che si è ispirata a Geppetto perché desidera fortemente un figlio al punto da costruirlo con le sue mani (lavorando con lo scalpello un busto d’albero per farne un burattino/figlio di legno) e lottare, contro grandi difficoltà, per rendere Pinocchio un vero bambino. Nella storia di Collodi “la tematica della paternità è molto tenera e la fata, l’unica figura femminile, piuttosto che demonizzata – come accade in alcune storie – è, al contrario, descritta come una donna molto dolce.” Ma se ad accompagnare Pinocchio è la voce coscienziosa del Grillo Parlante, un “uccellaccio” dai pensieri cupi segue Nani Sapienza nel tentativo di inquinarne “il suo desiderio puro di paternità”, dice Susani. “L’uccellaccio non è la parte sana del protagonista, lo è, invece, il suo sogno nonostante questa oscura figura gli suggerisca il contrario.” Maraini aggiunge che “la voce dell’“uccellaccio” svolge un ruolo opposto rispetto a quello del coro nella tragedia greca, essendo “l’esatto contrario del buon senso spicciolo”.

Dacia Maraini: 3 consigli utili per scrivere

L’autrice ci ricorda che

“anche se è l’autore a costruire i personaggi, questi ne sanno sempre più di lui e vanno per conto loro”

                                                                                       Dacia Maraini

e anche che l’autore

  • deve sapere che i personaggi non gli appartengono
  • deve mettersi da parte rispetto a loro
  • deve imparare ad essere l’umile

Mentre scrivo non redigo scalette ma seguo i personaggi, sono loro a consigliarmi le azioni e, per questo motivo, non posso conoscere in anticipo la fine dei miei romanzi prima di concluderli.”

 

Leggi per scrivere

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Il Blog degli scrittori – Biblioteca del Rijksmuseum di Amsterdam

 

Susani sottolinea un altro aspetto fondamentale: l’autrice è stata capace di creare i personaggi senza ricorrere a delle forzature ossia senza cercarli ma aspettando che fossero loro a “farsi vivi”, riuscendo così a rispettare la sua vita interiore. Nonostante questo processo creativo si sia sviluppato senza scalette ne particolari strategie, in realtà “questo libro ha una struttura solidissima – continua Susani – e ciò dipende da un fatto: dietro alla stesura del romanzo, c’è una grande quantità di libri letti dalla scrittrice.

“Leggere molti libri permette di andare a pescare

ciò che serve quando serve”

                                                                             Carola Susani

In questa storia si avverte molto la presenza della letteratura ma c’è da dire che se il racconto implica, per sua natura, la presenza di qualcuno che lo ascolti, divenendo così un luogo aperto “dove non c’è solitudine ma relazione comune”, la letteratura a volte è una “cantina”.

 

Racconta ma con stile. Il tuo!

Raccontare una storia attraverso un romanzo significa narrare la ricerca di qualcosa, ed è sempre questo che accade in ogni storia. “Il romanzo – dice Maraini – corrisponde sempre alla ricerca di qualche cosa perché è lineare e ha bisogno di un divenire, di continuità. Quando Nani Sapienza racconta una storia ai bambini, questi si fermano incuriositi e attenti all’ascolto.” Sempre più spesso si sente dire che abbiamo bisogno di storie e se ne sente così tanto parlare che si rischia di perderne il significato ma

“Ascoltare storie è un bisogno come lo è bere o mangiare”

                                                                                               Dacia Maraini

Ancora l’autrice ci dà dei consigli preziosi sull’arte di scrivere e raccontare. Sostiene che contano molto strumenti come stileritmo e voce. Infatti “le storie sono di tutti” ma, ad esempio, durante le gare di narrazione dell’antica Grecia vinceva chi aveva più stile ossia i narratori che raccontavano storie avvalendosi di un personale registro linguistico. “Lo stile – continua Maraini – è l’espressione di uno scrittore, la sua musicalità, per questo sorrido quando aspiranti scrittori mi dicono che hanno il timore che gli venga rubato ciò che scrivono ma non è possibile rubare lo stile!”

 

Ma a che serve il racconto?

Quando leggiamo una storia o quando ne siamo spettatori (al cinema o al teatro, per esempio) stiamo vivendo un’esperienza. Infatti, secondo l’autrice, vivere un’esperienza significa “trarre emozione da qualcosa” e ci ricorda come la memoria sia legata alle emozioni. Ecco perché, in antichità, le storie svolgevano un ruolo preciso: far conoscere ai bambini gli aspetti più difficili e temibili – oltre che terribilidella vita.

“Con il racconto, i bambini potevano conoscere

il male per difendersene”

                                       Dacia Maraini

Può sembrare un’affermazione eccessiva ma “il racconto serve a dare la vita, a salvarla”. In effetti non lo è. Quante possibilità ho di evitare un pericolo che non conosco? E quante se, al contrario, ne sono a conoscenza? L’attività del racconto, soprattutto riguardo ai bambini, è diretta ai sensi e prepara all’ascolto collettivo e al rispetto dell’altro “per questo la guerra trova più terreno dove non c’è cultura né racconto”, sottolinea la scrittrice. E il riferimento alla contemporaneità, nel romanzo di Dacia Maraini, diventa inevitabile, in particolare – interviene Susani- “alla minaccia oscura del terrorismo”. Il protagonista del romanzo, Nani Sapienza, porta con sé il lettore in un percorso di conoscenza e indagine sulla sparizione dei bambini nel mondo. Sviluppa così una forte sensibilità e consapevolezza nei confronti della “brutalità contemporanea riservata ai bambini e alle terribili storie di coloro che vivono nei bordelli.” Ma questo “attraversamento del male”, come lo definisce Susani, dona al lettore forza e speranza perché

“nonostante la conoscenza del male, il desiderio

di paternità rimane puro”

                                             Carola Susani

I bambini dispongono di molti strumenti come la sensibilità, l’intelligenza e la curiosità ma non hanno l’esperienza, per questo chi ne ha – ossia gli adulti – devono raccontargliela tenendo a mente che si tratta di un rapporto di scambio e non unidirezionale, conclude Maraini.

 

Dacia Maraini: scrivere è una disciplina

Una grande scrittrice può avere gli stessi problemi di uno scrittore esordiente. Quali? Ad esempio, i tempi di scrittura. Anche l’autrice ritiene che il mercato editoriale sia pressante verso gli scrittori e gli editori odierni si aspettano che un autore scriva un libro ogni 6 mesi quando, invece, potrebbero volerci 3 anni.

“Scrivo ogni giorno, la scrittura è una disciplina. 

Come il musicista suona ogni giorno, lo scrittore scrive sempre.”

                                                                                  Dacia Maraini

A te la parola!

Questo incontro mi ha lasciato molte cose e ho sentito il desiderio di scriverle per farle conoscere a chi non c’era e a chi è incuriosito dal mondo del racconto. So che è un post molto luuuuuuungo ma non ho voluto tralasciare nulla (o quasi) di quello che ho ascoltato. Spero che la storia che ti ho raccontato abbia lasciato qualcosa anche a te e che, a tua volta, la racconterai ad altri. Spero anche di sentire cosa ne pensi e, se ti va, scrivimelo tra i commenti.

Come sai, un altro modo per far girare questa storia è condividerla a voce ma anche sulla tua pagina Facebook, Twitter o altri social!

Buona vita 🙂

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Samuel Beckett, istanti di vita

samuel beckett il blog degli scrittori

La rivoluzione del linguaggio: il suono

Samuel Beckett nasce nel 1906 a Foxrock, un piccolo centro vicino Dublino, in un’agiata famiglia protestante. È stato scrittore, poeta, regista e sceneggiatore teatrale, radiofonico, cinematografico e televisivo ma è conosciuto, soprattutto, per la sua opera teatrale più nota, Aspettando Godot, scritta tra il 1948 e il 1949. Attraverso questa, il genio di Beckett ha attuato una rivoluzione del linguaggio dando vita ad una modalità espressiva in cui il suono delle parole, all’interno delle sue opere, è divenuto preponderante sul loro significato. L’interesse verso il suono assumerà nei testi la forma di una partitura musicale, sarà infatti il ritmo, creato da un insieme ordinato di parole-suoni, a percorrere le sue opere. Nel 1937, Beckett scrive una lettera, ad un corrispondente tedesco (S. Beckett, Lettera tedesca del 1937 in Disiecta, R. Cohn (a cura di), E.G.E.A., Milano,1991, [1949]), evidenziando l’inadeguatezza del linguaggio come strumento di descrizione della realtà e affermando quanto grammatica e stile siano diventate “inattuali come un costume da bagno vittoriano.” Dalla lettera emerge l’intento di creare una “perforazione” del linguaggio, un passaggio o, se si vuole, un ponte in grado di attraversare il velo della superficie con l’obiettivo di far calare le maschere indossate da ciò che viene definito attraverso l’attributo di realtà. Inizialmente, il processo di perforazione può avvenire attraverso un “atteggiamento derisorio nei confronti della parola” in uno schema narrativo in cui la parola stessa è ancora grammatica logica piuttosto che suono fondamentale.

L’essenza della parola

La dedizione all’esplorazione del ritmo della parola, risponde all’esigenza, non solo di descrivere, ma soprattutto di cogliere ed esprimere l’esperienza umana. A tale fine, è necessario utilizzare un linguaggio in cui la parola sia ridotta all’essenziale per lasciare spazio al suono, la sostanza primaria di cui essa si costituisce, e per interrompere il primato della rigida logica sul ritmo. L’attenzione dello scrittore irlandese verso la musicalità ha dunque dato inizio ad un’esplorazione motivata dalla consapevolezza che l’unico modo per esprimere l’indeterminato, è utilizzare un mezzo che non nasce per cercare definizioni logiche e che non sia imbrigliato dalla razionalità della parola in cui un significato deve essere tale e non altrimenti. È, dunque, difficile comprendere un testo di Samuel Beckett.

Il fallimento dell’artista

Se ci si trova davanti ad una sua pièce teatrale, probabilmente la prima reazione è tentare di capire il significato di quelle parole poste insieme e, forse, davanti al “fallimento” (termine centrale della poetica beckettiana) di dare un senso a quelle frasi, solo apparentemente sconnesse, lo spettatore può provare noia o irritabilità fino ad essere tentato di lasciare vuota la sedia del teatro. In realtà, rimanendo fermi davanti ai personaggi beckettiani, dinanzi allo scorrere delle loro vite, si ha la possibilità di vivere la magia che sta avvenendo sul palcoscenico. Per magia non si intendono “astrattismi” o fantasie, piuttosto, si tratta di cogliere la vita interiore dei personaggi (che riflette quella dell’essere umano appartenente al mondo occidentale dopo il ‘900), vere e proprie dinamiche che non hanno niente in comune con certi sentimentalismi o giochi di prestigio.

Fotografare gli istanti

Lo scrittore realizza, attraverso i suoi lavori, una fotografia degli “istanti” vissuti dai suoi personaggi, per citarne alcuni: quelli di sua madre vicina alla morte, quelli di Beckett-figlio che non conosce il motivo per cui si gira verso la finestra della madre, proprio nel momento in cui vede venir giù la tapparella (posta alla finestra della camera in cui lei si trova) che avverte della sua fine. L’autore, definito un “umile genio”, ha tentato costantemente di esprimere la concretezza umana di quei momenti, attraverso immagini che non conducono a concetti piuttosto a sensazioni, o meglio, a percezioni e atmosfere. Egli sembra non dire niente ma al contrario comunica, in modo intenso, utilizzando un insieme essenziale di parole. Queste sono poste in un meticoloso ordine studiato per comporre una partitura musicale che trascina lo spettatore nell’istante del personaggio, in un mondo interiore che spesso è inafferrabile con il pensiero, è questa la magia di Beckett.

Esprimere l’inesprimibile

La scelta di quelle parole, in quella determinata successione, ha questa funzione: raggiungere quei movimenti dell’anima di cui viene percepita l’esistenza ma che il pensiero razionale non può cogliere. Lo spettatore può godere pienamente dei testi beckettiani mentre si trova all’interno di quelle immagini appena evocate, solo accennate, e in cui non vi sono descrizioni ma solo alcune semplici parole capaci di evocare figure potenti. Beckett non aspirava a spiegare un sentimento ma ha offerto (e offre) generosamente, spalancando la porta ai suoni e al silenzio, l’opportunità di “immergersi”con lui in quegli istanti in cui i personaggi vivono una determinata condizione che, spesso, rispecchia quella in cui ognuno di noi, almeno una volta, è venuto a trovarsi.

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17 dicembre 2015 · 22:18

Quanto ami il lavoro che fai?

Il Blog degli scrittori - Quanto ami il lavoro che fai?

 

Quante persone conosci che fanno il lavoro per cui hanno studiato o che le appassiona?

Te lo dico io, poche. Ma, in caso contrario, puoi smentirmi nei commenti eh 🙂

Non mi riferisco a quelle persone che svolgono una professione, mediamente, apprezzabile. Parlo di qualcosa che si ama davvero. Che ti smuove lo stomaco e ti manda in fibrillazione la mente.

So che, detto così, sembra che stia parlando di una qualche sostanza stupefacente. Ma no. La differenza sta nel tempo. Mi spiego – si amore, lo so, sto facendo ancora una volta la “maestrina” ma ci sto lavorando su, sai? – ecco ho perso il filo.

 

Questione di  tempo

Ti dicevo? Ah si, il tempo. Una sostanza chimica impiega pochi minuti per darti adrenalina, sensazioni forti, rilascio delle inibizioni e altro. Ma questo lo sai.

Invece, quanto tempo ci vuole per arrivare a certe sensazioni, a sentire le farfalle nello stomaco e la mente che pulsa di idee da organizzare e di pensieri da concretizzare? Un bel po’ di tempo e di lavoro.

 

…e di limiti

Devi superare i tuoi limiti, i blocchi emotivi, la pigrizia mentale, le scuse. Continuo? Gli ostacoli che ci mettiamo noi e, invece, ci raccontiamo che ce li mettono gli altri (questa era forte, eh?). Mi fermo, se no mi dicono: “eh ma sei pesante!”. Ad ogni modo, ci siamo capiti e l’importante è focalizzare il punto.

Per fare tutto questo, ci vuole molto più di qualche minuto. E, anche se non ho dati alla mano, non credo siano molte le persone che lavorano nell’ambito e nel ruolo che rispecchia in pieno una loro decisione, senza condizionamenti.

Parlo di chi sceglie una certa professione, si prepara (studiando o magari direttamente sul campo) e la fa. Punto.

 

Coltivi quello che ami?

E, allora, mi emoziona sempre conoscere persone che dedicano loro stesse a qualcosa in cui credono. Perché, semplicemente, ci si rivedono. Le fa stare bene. È qualcosa che amano. E ci si dedicano, nonostante il tempo non sia mai abbastanza perché, nel lavoro, si occupano di tutt’altro.

Ecco, ho assistito ad una mostra questo week end. Realizzata da giovani artisti in un centro anziani. Suona un po’ alla Di Pietro: “E che c’azzec?”.
E invece c’entra. Hanno affittato questo spazio in disuso dandogli, per un week end, una funziona nuova.
Lo hanno sistemato, pulito e modificato nell’aspetto.

 

 
Effetti d'arte al Circolo - Il Blog degli Scrittori

 

 

 

Chicche d’arte

Non è che per respirare l’arte bisogna sempre andare al Vittoriano di Roma o in qualche galleria del centro città.

Anzi, sai che ti dico? In posti sconosciuti, puoi trovare certe chicche che non ti aspetti. E magari portarti a casa un quadro che avrai solo tu e nessun altro. Non lo trovi in un negozio, in strada e non lo trovi al centro commerciale. Ce l’hai solo tu. A me, onestamente, questa unicità piace. A te?

Ora, non sono un’esperta d’arte. Sinceramente non conosco le tecniche di pittura, non ne so proprio nulla. Ma quando qualcosa mi affascina e mi da emozione smetto di farmi domande e gioisco di quello che vedo (si, ma mica me metto a cantà a squarciagola 🙂 ).

 

I quadri

E a Roma, nella zona di Porta Furba c’è un Circolo degli anziani. E non ti aspetti che dentro ci siano stati giovani artisti e che abbiano esposto, proprio lì, le loro tele. Belle ed emozionanti. La mostra si chiama Effetti d’arte al Circolo e qui sotto puoi vedere alcuni dei loro lavori.

 

 

Maria Pia Accoto - Effetti d'arte al Circolo - Il Blog degli scrittori

 

 

 

 

Simona Di Felice - Effetti d'arte al Circolo - Il Blog degli scrittori

 

 

 

 

Effetti d'arte al Circolo - Il Blog degli scrittori

 

 

 

Gli artisti

Se te ne piace qualcuno, non mi ammorbare con messaggi del tipo “dove posso trovarli”, “quanto costano” e “come posso contattare l’artista” o altre domande.

Ma che ci sei caduto? Eh sono proprio simpatica, lo so! Ovviamente scrivimi nei commenti, se vuoi saperne di più 🙂

E niente pigrizia: condividi se ti è piaciuto l’articolo!

 

 

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Guarda dov’eri prima e dove sei ora

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Prima di continuare a camminare, guarda dove stai andando.

Ma, soprattutto, ricorda da dove vieni.

Solo dopo puoi decidere dove andare.

Onestamente, a volte, dimentico dov’ero e quasi non mi accorgo di dove sono ora.

Ricordare fa bene 🙂

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Stampa ebook: la carta resiste

“Paris mon amour”, il libro delle fotografie scattate da #JeanClaudeGautrand a Parigi, racconta scorci di vita. Intimi, romantici e di vite fuori dal comune (come quelle di sputafuoco e saltimbanchi).

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Amo il web ma il suono e l’odore delle pagine le trovi solo nei libri di carta.

E no, non credo che la carta sparirà. Me ne convinco ancora di più osservando le parole chiave più ricercate in Google Adwords, riguardo al #selfpublishing: la stampa di ebook, almeno in Italia, è tra gli argomenti più ricercati.

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L’albero di Beckett

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“L’albero di Guernica” è un film del 1975, diretto da Fernando Arrabal e interpretato da Frank Ressel e Mariangela Melato.

Girato tra i Sassi di Matera, la storia si svolge in un povero villaggio della Castiglia, Guernica, durante la guerra civile.

In un giorno di primavera del 1937, la contadina Vandal e il figlio del proprietario terrerio, Goya, s’incontrano mentre un aereo nazista bombarda il villaggio.

I 2 sopravvivono insieme
“all’albero simbolo della libertà, della vita e della speranza di un futuro libero per la Spagna”. Lo leggo in un foglio appeso vicino alle foto del film, conservate nella cisterna di una casa-grotta dei Sassi di Matera.

C’ho messo un pò – sono pur sempre in vacanza – ma poi mi è venuto in mente 🙂

La celebre pièce teatrale di SamuelBeckett, “AspettandoGodot”, prevede la presenza di un albero in scena per la sua intera durata. Mentre i 2 protagonisti – la trama probabilmente la conosci – rimangono in attesa di un tale che si chiama, appunto, Godot. Lui non arriverà mai. Ma, loro, lo aspettano ancora.

Mi piace pensare – si, semplicemente mi piace senza collegarmi ai molteplici riferimenti critici e teorici scritti sull’opera – che l’albero di Godot abbia la stessa simbologia di quello del film di Arrabal.

Libertà, vita e speranza.

Che Beckett non abbia mai voluto spiegare il significato dell’opera, e delle sue possibili simbologie, è un’altra storia di cui tratterò in un altro contesto.

Ora mi interessa solo vedere la speranza.

Spero sia così anche per te.

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Samuel Beckett, o lo ami o lo odi

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Samuel Beckett, Il Blog degli scrittori

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All’inizio lo trovavo insopportabile. Fino a che i suoi testi non mi sono arrivati dritti allo stomaco. E, apparentemente, senza un motivo.

Uno scrittore visionario, di oltre 60 anni fa. Sapeva che immagini e suoni avrebbero dominato la nostra comunicazione.

La stessa comunicazione mediale che arriva dritta all’emisfero destro del nostro cervello.

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Poesia. Non servono parole.

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Amalfi, tramonto.

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Poesia su scala

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“Il peccato più grosso di tutti è il peccato di un’anima cieca.”

Poesia su una scala di Polignano a mare, Puglia.

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Lo scrivo sui social o no?

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La vita vera e`quando percepisci le cose sotto la superficie e smetti di cercare risposte a domande impossibili.

Uno scrittore al Salone del libro di Torino ha detto: “se ho un bel pensiero lo scrivo in un libro non su facebook.”

Se ho un bel pensiero io lo scrivo sui social. Perche`non dovrei?

E`immediato e posso recuperarlo quando voglio per metterlo in un libro.

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