Samuel Beckett, istanti di vita

samuel beckett il blog degli scrittori

La rivoluzione del linguaggio: il suono

Samuel Beckett nasce nel 1906 a Foxrock, un piccolo centro vicino Dublino, in un’agiata famiglia protestante. È stato scrittore, poeta, regista e sceneggiatore teatrale, radiofonico, cinematografico e televisivo ma è conosciuto, soprattutto, per la sua opera teatrale più nota, Aspettando Godot, scritta tra il 1948 e il 1949. Attraverso questa, il genio di Beckett ha attuato una rivoluzione del linguaggio dando vita ad una modalità espressiva in cui il suono delle parole, all’interno delle sue opere, è divenuto preponderante sul loro significato. L’interesse verso il suono assumerà nei testi la forma di una partitura musicale, sarà infatti il ritmo, creato da un insieme ordinato di parole-suoni, a percorrere le sue opere. Nel 1937, Beckett scrive una lettera, ad un corrispondente tedesco (S. Beckett, Lettera tedesca del 1937 in Disiecta, R. Cohn (a cura di), E.G.E.A., Milano,1991, [1949]), evidenziando l’inadeguatezza del linguaggio come strumento di descrizione della realtà e affermando quanto grammatica e stile siano diventate “inattuali come un costume da bagno vittoriano.” Dalla lettera emerge l’intento di creare una “perforazione” del linguaggio, un passaggio o, se si vuole, un ponte in grado di attraversare il velo della superficie con l’obiettivo di far calare le maschere indossate da ciò che viene definito attraverso l’attributo di realtà. Inizialmente, il processo di perforazione può avvenire attraverso un “atteggiamento derisorio nei confronti della parola” in uno schema narrativo in cui la parola stessa è ancora grammatica logica piuttosto che suono fondamentale.

L’essenza della parola

La dedizione all’esplorazione del ritmo della parola, risponde all’esigenza, non solo di descrivere, ma soprattutto di cogliere ed esprimere l’esperienza umana. A tale fine, è necessario utilizzare un linguaggio in cui la parola sia ridotta all’essenziale per lasciare spazio al suono, la sostanza primaria di cui essa si costituisce, e per interrompere il primato della rigida logica sul ritmo. L’attenzione dello scrittore irlandese verso la musicalità ha dunque dato inizio ad un’esplorazione motivata dalla consapevolezza che l’unico modo per esprimere l’indeterminato, è utilizzare un mezzo che non nasce per cercare definizioni logiche e che non sia imbrigliato dalla razionalità della parola in cui un significato deve essere tale e non altrimenti. È, dunque, difficile comprendere un testo di Samuel Beckett.

Il fallimento dell’artista

Se ci si trova davanti ad una sua pièce teatrale, probabilmente la prima reazione è tentare di capire il significato di quelle parole poste insieme e, forse, davanti al “fallimento” (termine centrale della poetica beckettiana) di dare un senso a quelle frasi, solo apparentemente sconnesse, lo spettatore può provare noia o irritabilità fino ad essere tentato di lasciare vuota la sedia del teatro. In realtà, rimanendo fermi davanti ai personaggi beckettiani, dinanzi allo scorrere delle loro vite, si ha la possibilità di vivere la magia che sta avvenendo sul palcoscenico. Per magia non si intendono “astrattismi” o fantasie, piuttosto, si tratta di cogliere la vita interiore dei personaggi (che riflette quella dell’essere umano appartenente al mondo occidentale dopo il ‘900), vere e proprie dinamiche che non hanno niente in comune con certi sentimentalismi o giochi di prestigio.

Fotografare gli istanti

Lo scrittore realizza, attraverso i suoi lavori, una fotografia degli “istanti” vissuti dai suoi personaggi, per citarne alcuni: quelli di sua madre vicina alla morte, quelli di Beckett-figlio che non conosce il motivo per cui si gira verso la finestra della madre, proprio nel momento in cui vede venir giù la tapparella (posta alla finestra della camera in cui lei si trova) che avverte della sua fine. L’autore, definito un “umile genio”, ha tentato costantemente di esprimere la concretezza umana di quei momenti, attraverso immagini che non conducono a concetti piuttosto a sensazioni, o meglio, a percezioni e atmosfere. Egli sembra non dire niente ma al contrario comunica, in modo intenso, utilizzando un insieme essenziale di parole. Queste sono poste in un meticoloso ordine studiato per comporre una partitura musicale che trascina lo spettatore nell’istante del personaggio, in un mondo interiore che spesso è inafferrabile con il pensiero, è questa la magia di Beckett.

Esprimere l’inesprimibile

La scelta di quelle parole, in quella determinata successione, ha questa funzione: raggiungere quei movimenti dell’anima di cui viene percepita l’esistenza ma che il pensiero razionale non può cogliere. Lo spettatore può godere pienamente dei testi beckettiani mentre si trova all’interno di quelle immagini appena evocate, solo accennate, e in cui non vi sono descrizioni ma solo alcune semplici parole capaci di evocare figure potenti. Beckett non aspirava a spiegare un sentimento ma ha offerto (e offre) generosamente, spalancando la porta ai suoni e al silenzio, l’opportunità di “immergersi”con lui in quegli istanti in cui i personaggi vivono una determinata condizione che, spesso, rispecchia quella in cui ognuno di noi, almeno una volta, è venuto a trovarsi.

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17 dicembre 2015 · 22:18

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